Friday 15th December 2017,
AGI Spettacolo

L’Osservatorio Rossellini

angelo 08/17/2010 Nessun commento

http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/10_agosto_1/tomas-milian-giallo-fiction-deleo-1703501021754.shtml

Da “L’Osservatorio Rossellini” n° 1 – luglio 2010

Produzione cinetelevisiva: verso la delocalizzazione
di Alberto Pasquale

Il grido d’allarme è pervenuto da un recente studio condotto dal Sindacato
Lavoratori Comunicazione della Cgil, secondo il quale, nel periodo 2008 –
aprile 2010, in Italia sono stati “persi” più di 76 milioni di euro, tra
mancato reddito dei lavoratori italiani,mancati proventi delle società di
nolo e mancati introiti per lo Stato. In questo periodo, solo 302 delle 652
settimane di riprese effettuate da società di produzione italiane si sono
svolte in Italia, coinvolgendo in questa dinamica 1.835 i lavoratori esteri,
per complessive 74.100 giornate di lavoro “perse” per gli italiani.
L’effettuazione delle riprese all’estero è un fenomeno studiato da molti
anni negli Stati Uniti, dove è definita “runaway production”. Le ultime
proteste del settore si sono manifestate sia negli anni Ottanta che alla
metà degli anni Novanta del secolo scorso con caratteristiche differenti tra
i due periodi. Se negli anni ’80 la delocalizzazione delle riprese faceva
riferimento soprattutto a strategie di differenziazione del prodotto e
coinvolgeva manodopera scarsamente qualificata, alla fine degli anni ’90 la
strategia è piuttosto di contenimento dei costi e coinvolge non solo
manodopera qualificata, ma anche il ricorso a incentivi fiscali predisposti
da governi nazionali e locali in più parti del mondo.
In Italia, si usa il termine “delocalizzazione”, anche se non specificamente
utilizzato nell’industria audiovisiva. Nella fiction televisiva, attualmente
ci sono due paesi molto ricercati per l’“outsourcing” (o, più correttamente,
per l’”off-shoring”): l’Argentina e la Serbia. La prima ha il vantaggio di
avere costi di circa il 50% più bassi rispetto all’Italia, la presenza di
locations simili alle esigenze di produzioni ambientate in Italia ed una
maggiore affinità fisiognomica degli argentini, molto simili agli italiani.
Per contro, questo Paese è geograficamente molto distante dal nostro (e
quindi è necessario avere gli attori presenti anche quando non si gira), e
le condizioni fiscali sono onerose (l’Iva sui costi non è recuperabile). La
Serbia invece offre servizi a circa il 35% in meno dell’Italia ma è distante
solo un’ora di volo da Roma o Milano, il che consente una maggiore
flessibilità. Inoltre la Serbia offre un vantaggio fiscale pari al 15% di
quanto speso. Qui tuttavia le fisionomie e le locations poco si adattano a
serie o produzioni interamente ambientate in Italia.
Se da una parte il contenimento dei costi consente notevoli risparmi (e
quindi guadagni di efficienza), dall’altra si rischia di creare un
depauperamento delle competenze professionali (tanto più grave quando a
crearlo sono le produzioni finanziate con denaro pubblico) e un
sotto-utilizzo delle infrastrutture produttive. Il territorio che perde
produzioni subisce una contrazione dei lavoratori impiegati in quel settore
e perde competitività strutturale, giacché se prima delocalizzare
significava solo dare all’esterno funzioni semplici (“unskilled”),
attualmente si delocalizzano funzioni importanti (ingegneria, software,
progettazione) con ricadute negative sul sistema economico e sociale. Se è
comunque difficile creare nuovo lavoro per lavoratori non professionalizzati
ma comunque flessibili, è ancora più complicato trovarne per professionisti
laureati, sicuramente meno flessibili.

br /