Friday 22nd September 2017,
AGI Spettacolo

COMPARSE TELEVISIVE

angelo 05/08/2011 Nessun commento

stampa | chiudi Dietro le quinte Rai e Mediaset dopo il caso «Forum». Così si costruisce una platea Nella fabbrica del pubblico tv comparse scelte (a pagamento) Le persone «vere», i figuranti muti e i «parlanti»: tre categorie di spettatori MILANO – Il finto aquilano e la terremotata a gettone (300 euro) che si lascia prendere la mano e parla de «L’Aquila ricostruita» dice che chi si lamenta «lo fa per mangiare e dormire gratis» in albergo e ringrazia «il presidente» (non lo nomina, ma si sa, è S. B.): la scenetta andata in onda qualche giorno fa a «Forum», il programma condotto da Rita Dalla Chiesa, quello che fa la parodia del tribunale, quello che spettacolarizza la giustizia con le liti da tinello (casi minimi, dunque fondamentali) riapre il caso su quanto di vero e falso c’è nel tempio televisivo che milioni di italiani adorano dal 1954. Attori, figuranti, comparse, persone vere: ogni giorno, in ogni programma c’è un mix di tutto questo. Una regola a cui non sfugge nemmeno la composizione della parte che all’apparenza è meno importante all’interno di una trasmissione tv: il pubblico in studio. Espressione plastica dei sentimenti dei telespettatori a casa, attore (spesso inconsapevole) del gioco a cui prende parte, il pubblico in studio è parte integrante dello spettacolo: applaude, ride, ascolta, urla, approva e disapprova. Praticamente solo nei telegiornali non c’è (ma è un’idea per il futuro). Il popolo di spettatori che sta dentro la tv è composto da gente comune e professionisti amatoriali, miscelati a giuste dosi secondo le precise formule catodiche prescritte dalle produzioni. In particolare: tre categorie. Le persone «vere» che da casa chiedono di partecipare a una trasmissione; i figuranti, usati per fare numero o colore; i figuranti speciali che sono dotati di parola: intervengono, dicono la loro sul dibattito che si svolge. Mentre per i primi niente soldi, solo la gloria di un’inquadratura furtiva (e sì che un tempo erano 60 mila lire…), le altre due categorie sono pagate: una trentina di euro per i muti, una cinquantina per i parlanti. In Rai c’è un ufficio apposta, con l’elenco di persone che si dicono pronte a partecipare come comparse o figuranti speciali. Il pubblico di «Pomeriggio sul 2», 20 persone in tutto, è composto da «speciali» che ruotano più o meno regolarmente ma ritornano spesso, perché il bacino da cui pescano gli autori è sempre lo stesso: 40 persone scelte a inizio stagione. A «Quelli che il calcio» solo pubblico vero, 170/180 persone che chiedono di andare in trasmissione telefonando o scrivendo mail (qualcuno si ostina con le lettere): per entrare vengono tutti identificati (serve un documento, sia in Rai sia a Mediaset), l’età si aggira tra i 20 e i 50 anni, la rotazione è assicurata dalle richieste che arrivano. Ilenia, 38 anni, operatrice di call center, è stata coinvolta da amici: «È la prima volta, volevo fare qualcosa di nuovo», Andrea, studentessa ventenne invece è andata «perché mi piace Simona Ventura da quando sono piccola». Altro genere di programma. «Annozero» di Santoro, 130 persone. Ai piani alti di Viale Mazzini raccontano una verità maliziosa e intrigante sul reclutamento degli applausi (che comunque, val la pena sottolinearlo, è una prassi del tutto legittima): il conduttore è molto attento alla composizione del pubblico, vuole dare di «Annozero» un’immagine colta, contemporanea, urbana e giovane. Maestro nel costruire la drammaturgia del suo talk show c’è da crederci. Santoro – spiegano – vuole una trentina di persone multietniche (il tocco contemporaneo e urbano) e qui si rivolge all’ufficio figuranti Rai che fornisce le comparse richieste. Quel che rimane viene reclutato nelle università (il tocco colto e giovane) e assicurano: se c’è gente con i capelli bianchi non sta certo nelle prime file. Per essere sicuri con non venga inquadrata. I soli fili bianchi (se non sono stati ritinteggiati) sono quelli dei politici di turno. Dal talk show negano: in studio c’è tutta gente a cui piace il programma, che si prenota attraverso mail o telefonate, non c’è niente di costruito, è tutto limpido. Una questione non risibile, se al solito lo zelante direttore generale della Rai Masi qualche tempo fa era intervenuto per far gestire il pubblico ai «direttori di rete e testata e non ai conduttori o autori dei programmi». Subito placcato da Santoro: «Scelgo il pubblico da trent’anni». Raitre, «Che tempo che fa»: lo studio ospita 140 persone che si propongono via mail e sono scelte molto democraticamente (ammessa ogni età e ogni parte d’Italia), ma c’è la dittatura del colore: gli addetti alla sartoria sono sempre pronti a intervenire con «pezzi di ricambio» se qualcuno del pubblico si presenta in studio con un vestito o accessori viola, colore bandito dalla trasmissione (la scaramanzia, si sa, è bipartisan). Scientifici a Mediaset, dove una società esterna, la Parterre S.n.c, gestisce tutto il pubblico degli show milanesi («Iene», «Verissimo», «Striscia», «Chiambretti Night», «Chi vuol esser milionario», la triade «Mattino-Pomeriggio-Domenica 5», «Controcampo»). Per ogni trasmissione a fine puntata scorre quello che si chiama in gergo «crawl», un sottopancia con il numero da contattare, uno diverso per ogni programma. Ma il pubblico arriva in studio anche dal sito di Mediaset, dal sito del programma scelto, attraverso il centralino. La Parterre S.n.c gestisce un database con migliaia di contatti e chi si comporta male finisce nella lista nera e non verrà più richiamato. Flaiano già nel 1964 aveva anticipato tutto: «L’applauso è diventato parte dello spettacolo… sottolinea l’ingresso di un personaggio, lo toglie d’imbarazzo se deve andarsene, lo incoraggia se è timido, lo premia se è spavaldo, lo perdona se è un cane». Renato Franco stampa | chiudi