Tuesday 22nd August 2017,
AGI Spettacolo

RASSEGNA STAMPA “SCHERMO STRAPPATO”

angelo 11/28/2009 Nessun commento

CRISI / SCHERMO STRAPPATO
di Gabriella Gallozzi

«Sai se quello sta a girare?» «M’hanno detto che stai a fare uno spot, hai qualcosa per me?». «Non si muove foglia. Dovevamo cominciare un film, ce l’hanno bloccato e mo’ dimmi quando vedo i soldi di quello che avevamo finito a Natale». Dialogo tra maestranze in cerca di lavoro. La fabbrica dello spettacolo sta chiudendo. E restano per strada migliaia e migliaia di «operai» che in questo mondo lavorano. Stiamo parlando, infatti, delle cosiddette «maestranze», quell’esercito di lavoratori che va dal macchinista fino al «runner» – il «corridore» dei set, il tuttofare – , dall’elettricista al falegname che costruisce le scenografie, tutti coinvolti, mai come quest’anno, nell’epocale crisi che sta vivendo il settore. Delle cause abbiamo parlato tante volte. I tagli al Fus (il Fondo unico per lo spettacolo) da parte di questo governo completamente disinteressato all’industria culturale, o meglio, come in molti sostengono, desideroso di farla a pezzi per arrivare all’omologazione del pensiero unico. La legge Urbani sul cinema è anch’essa mirata a distruggere in modo drastico la vitalità del settore e favorire soltanto i «soliti noti» attraverso il «reference system». Un anno di blocco nell’erogazione dei finanziamenti pubblici al cinema. Tagli ai contributi statali delle compagnie teatrali. Attacchi ai diritti sindacali acquisiti dei dipendenti delle fondazioni lirico sinfoniche. Insomma, una sorta di grande macero nel quale il governo ha gettato in blocco l’intera industria culturale del paese, tanto che a reagire, lo abbiamo visto, sono state tutte le sigle del settore, dai sindacati alle associazioni di categoria che hanno aperto una «vertenza spettacolo» e infinite iniziative di lotta, tutt’ora in corso. L’ultima, l’appello al pubblico contro il taglio del Fus che da sabato verrà letto al teatro la Fenice prima di ogni rappresentazione del Parsifal. Tutto, insomma, per difendere un universo occupazionale che conta a livello nazionale 200mila persone, di cui 100mila nel cinema, 30mila nella musica e ancora 30mila nel teatro. «Dietro alle mie spalle», ci ha raccontato tempo fa con efficace «metafora» Giuliano Montaldo, «è come se ci fosse una piramide costituita da un piccolo esercito: l’elettricista, il fonico, il costumista, lo scenografo, la truccatrice… Se io non faccio un film tutti loro restano a casa». E quest’anno, infatti, tanti di loro sono rimasti a casa per troppo tempo. Come ci racconta, per esempio, Claudio Diamanti, la cui famiglia a Cinecittà è una sorta di istituzione, di monumento in rappresentanza della categoria dei macchinisti. «Quest’anno – dice – non ho lavorato neanche i 78 giorni necessari per avere l’assegno di disoccupazione. Normalmente su 12 mesi se ne lavorano 9 o 10. Si sta fermi una settimana, 15 giorni al massimo. Questa è la prima volta che la sosta è così prolungata. E il peggio è che non ci sono neanche prospettive». E pensare che la famiglia Diamanti vive di cinema da tre generazioni. «Il capostipite – racconta Claudio – era mio nonno Roberto, soprannominato “Cazzuciello” per il suo carattere incazzoso. Cominciò nel 1920 alla Cines, quando ancora non c’era Cinecittà. Anzi lì non fu mai assunto perché da vecchio sindacalista qual era il fascismo non ce lo volle. A chiamarlo allora erano gli stessi registi». Blasetti, Camerini, Alessandrini. Nomi storici del nostro cinema che lo chiamavano, prosegue il nipote, per la sua perizia. «Spingere il carrello è un’arte. Allora iniziò col “Mancini”, un carrello pesantissimo con le ruote come quelle di una Vespa. Si facevano a mano, con l’esperienza dei veri artigiani. Pensate che il legno di quei carrelli veniva tagliato con la luna calante perché si dice resti più stabile». Il padre di Claudio, anche lui macchinista, oggi ha 83 anni. «Giulietto lo chiamavano sui set – prosegue – perché iniziò a lavorare giovanissimo già a 14 anni con Blasetti. Poi Castellani, Mankiewicz, Scola, Comencini, Montaldo, Fellini». Un lungo pezzo di storia del cinema. Una storia fatta di artigiani, di un’esperienza e di un’arte che si imparano sul campo. «Mai come in questo settore», spiega Umberto Carretti, coordinatore nazionale dell’ufficio troupe e generici della Slc/Cgil, «la formazione avviene lavorando. Se non c’è lavoro non c’è più neanche la formazione. Queste persone sono costrette a fare altro per vivere e così si perde un patrimonio professionale incredibile». A ribadirlo è Angelo Ciaiola, il combattivo presidente dell’associazione dei «generici», le cosiddette «comparse» per intenderci, coloro che non hanno battute. «Qui siamo tutta gente con la famiglia – racconta – se non si lavora si deve cambiare mestiere e l’esperienza va perduta. Noi moriamo e con noi pure il cinema. Questa è la peggiore crisi che si sia mai vista. Fino a tre anni fa si faceva una media annuale di 100 film, quest’anno non siamo andati più in là dei 18, 19. Si lavora giusto un po’ con le fiction, ma certo non è il cinema. Neanche io quest’anno sono riuscito a mettere insieme i 78 giorni lavorativi per avere l’assegno di disoccupazione». A parlare di cifre è ancora Umberto Carretti: «Se nel 2002 i film italiani prodotti erano 122 nel 2003 inizia a sentirsi la crisi e si passa ad una cinquantina, per arrivare nel 2004 ad appena 40». A fronte di questo calo nel cinema si registra, invece, un aumento nella fiction. «Le settimane lavorative – prosegue Carretti – aumentano del 60%, ma diminuisce il budget a disposizione per ogni fiction. L’anno scorso è calato del 10%, quest’anno addirittura del 30%. Insomma si produce sotto costo. Sottopagando le troupe, i generici, le maestranze». E andando a girare all’estero, all’Est soprattutto dove costa meno. A questo proposito Angelo Ciaiola ricorda una delle sue ultime battaglie: «”Saccà, Saccà te ne devi andà” abbiamo gridato sotto alla Rai rivolti all’allora direttore della fiction per protestare contro la politica di sfruttamento – racconta – . Ormai le fiction tv si producono soltanto all’estero per risparmiare il più possibile a scapito dell’occupazione qui da noi». Il tentativo è quello di tagliare su tutto. Persino sulle «claque» – quelli che battono le mani – , lamenta Ciaiola. «Nel settore erano impiegate circa 10mila persone – racconta -. Oggi cosa è successo? Maurizio Costanzo per il suo salotto serale ha iniziato a portare il pubblico con i pullman da fuori e a fargli pure pagare il biglietto. Così ecco la claque gratis, anzi, disposta pure a pagare per stare in trasmissione. Ormai l’abitudine è invalsa dappertutto». Quello che resta, dunque, è uno scenario davvero preoccupante. Soprattutto perché, conclude Carretti «qui non si tratta soltanto di una crisi di mercato, ma di una studiata politica di attacco alla cultura del paese».
10 marzo 2005
pubblicato nell’edizione Nazionale (pagina 19) nella sezione “Spettacoli”